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Krank - Abbasso le luci, compongo e torno alle origini

Con Un posto dove nasconderci il progetto di Krank ha trovato la sua forma, distinta e inconfondibile.
​Il cantante ci parla di sogni, aspettative e realtà: comporre è uno scivolo tra luci fioche e notte fonda.​

Il tuo disco già dal titolo Un posto dove nasconderci evoca uno stato emotivo personale che, però, può essere largamente condivisibile. Quanto c’è di te e quanto c’è del mondo esterno in questo disco?

Di me c’è tutto, non c’è nessun altro disco nelle produzioni che ho realizzato che racchiude al suo interno una così alta percentuale del mio essere, del mondo esterno non saprei dirti con precisione. Dipende molto da come sei fatto, da come vedi le cose, da quali sono i tuoi sogni e le tue aspettative. Sono profondamente convinto del fatto che questo è un disco che a suo modo può sconvolgerti, nell’accezione più positiva del termine, ma può al tempo stesso farti semplicemente schifo.

 

La voce in questo disco è messa a nudo, resa protagonista. Quanto è istintiva questa scelta e quanto, invece, è ragionata?

Ragionata. È uno dei motivi che mi ha spinto a far nascere il progetto Krank. Con i Drunken, a livello compositivo, è quasi sempre stata composta prima la musica, alla voce era in qualche modo imposto di adeguarsi. Cantare in italiano sopra delle ritmiche molto serrate, su delle canzoni che a volte sono fatte di una/due note, è abbastanza proibitivo. Ti costringe ad inserirti metricamente nei pochi spazi disponibili. Da un lato si crea sicuramente uno stile piuttosto personale, dall’altro è un po’ limitante perché non si riesce ad esprimersi appieno a livello vocale.

 

 

 

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I suoni elettronici in Un posto dove nasconderci sono freddi, taglienti e alienanti, tolgono quasi il respiro. C’è risoluzione a questa desolazione descritta?

Questi sono tempi, come dici tu, freddi, taglienti e alienanti. I giovani faticano a trovare una loro identità, un loro posto nel mondo, un lavoro. Le famiglie faticano a costruire qualcosa, in Italia è diventato difficilissimo comprare casa e fare dei figli e, se ci pensi, parliamo proprio delle basi di una società evoluta. La mia musica semplicemente descrive tutto questo con, al tempo stesso, un auspicio a ritornare alle origini, agli affetti, a ritrovare un po’ di serenità, un posto dove nasconderci appunto. Questa è la risoluzione.

 

Qual è la sensazione perfetta che ti ispira e ti aiuta a scrivere?

Interiormente il caos emotivo che, per come sono fatto, non è molto difficile da raggiungere. Direi quasi una condizione di normalità. All’esterno, al contrario, deve esserci calma assoluta. In generale preferisco comporre di notte, con le luci basse e quando tutti intorno a me dormono.

 

Parlaci del posto dove hai scritto/composto un brano a cui sei più affezionato.

Tutto l’intero disco è stato scritto e composto in casa, nella maggior parte dei casi suonando in cuffia durante la notte. È stata un’esperienza molto intima, molto personale ed estremamente gratificante.

 

Qualcuno potrebbe definire il fare musica oggi con l’inciso “in direzione ostinata e contraria”. Cosa spinge oggi un artista a continuare a comporre e pubblicare dischi?

Intanto farei una distinzione importante, un conto è fare musica un altro è essere artisti. I dischi li pubblicano anche i personaggi che escono dai talent ma quelli sono dei prodotti della televisione, di certo non sono artisti. A mio avviso il vero artista ha dentro di sé un’esigenza espressiva che in qualche modo lo costringe a tirar fuori quello che ha dentro nella forma che più gli è congeniale. Guarda me, io faccio una musica che oggi è totalmente fuori moda in Italia, se avessi dovuto farlo per motivi che niente hanno a che vedere con l’assecondare la mia natura avrei già smesso da tempo e avrei certamente fallito, quantomeno in termini di onestà artistica intellettuale

 

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Ci credi, o meglio, hai mai creduto verosimile il fatto che la musica possa essere una scintilla per un qualunque tipo di cambiamento?

Credo nel fatto che l’artista debba essere in qualche modo provocatorio, scomodo, che debba riflettere con la sua opera il tempo che attraversa, la società che vive, altrimenti il suo lavoro diventa sterile. La canzonetta sole cuore amore che ascolti in macchina alla radio mentre vai al lavoro e che piace a tutti non serve a niente, solo a farti dimenticare che sei perfettamente inserito nel sistema. Però, da qui a dire che la musica possa giocare un ruolo decisivo in un ipotetico cambiamento no, ci credo poco. Piuttosto può avere una funzione educativa importante.

 

Pensa a questa domanda come alla frase finale di un diario di bordo. Stai per partire per una missione spaziale e tornerai sulla Terra tra circa vent’anni. Cosa annoteresti per poi rileggere nel futuro?

Annoterei, per poi poterlo ricordare al mio ritorno, quanto sia complesso e difficile vivere in questi anni nella nostra società capitalistica occidentale. In questo modo avrei la possibilità di fare un confronto con quello che ipoteticamente mi troverei davanti a distanza di venti anni e, dunque, potrei verificare quali effettivi cambiamenti ci sono stati nel frattempo.

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