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La voce come ricerca: viaggio nel tempo e nell'emotività

Intervista a Giorgio Pinardi

Quelle di Demetrio Stratos si chiamavano “criptomelodie infantili”, gargarismi e intrecci vocali svincolati dal linguaggio. Questa sperimentazione vocale senza melodia, oggi la ritroviamo nel progetto MeVsMyself di Giorgio Pinardi che utilizza tecniche di canto antiche e strumenti tecnologici moderni.

 

Il disco, Mictlàn,  prodotto da Alterjinga in collaborazione con Panidea Studio, è composto interamente da improvvisazioni in studio create dalla voce campionata in tempo reale: qui ogni suono è riprodotto dalla voce di Giorgio che si fa strumento ritmico, armonico e melodico.
L’artista avvicina alla propria voce al bacino della World music: troviamo, infatti, elementi di musica araba, africana, indiana e cinese che si fondono con generi musicali moderni.

 

Il progetto ha partecipato eventi e Festival in tutta Italia come "Vocalmente" (Fossano, CN), "Baa Fest" (Desio, MB), "Turmik" (Bologna), "Isola Rock" (Isola della Scala, VR), "CorreVoce" (Piossasco, TO), Pandora Improv Festival (Pontenure, PC). Approfondiamo con Giorgio, in questa intervista, la ricerca fatta per la composizione del disco.

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"Posso dire che in MeVsMyself i punti
di partenza sono le musiche tradizionali di ogni Paese del Mondo, anche quelle che ancora non conosco o non ho analizzato."

 

 

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Tra fine Ottocento e inizio Novecento l’Europa entra in relazione con la musica del Nuovo Mondo, l’America e tutti quei mondi “altri” avvicinati e poi dominati. La storia della musica europea del Novecento è, di conseguenza, anche la storia di relazione tra alterità. MeVsMyself attinge da musiche orientali e tribali, potresti dire che il tuo progetto si colloca all’interno di questa fase conoscitiva dell’Altro?

 

Il Novecento si pone musicalmente in continuità con una fascinazione prima di tutto culturale, risalente anche ai secoli immediatamente precedenti e legata al fascino del carattere esotico di Paesi lontani, con abitudini, colori, riti e paesaggi molto diversi da quelli dell’immaginario condiviso dall’Occidente. Questo ha generato grande apertura ma anche la diffusione di luoghi comuni su come suoni la musica extra-europea, lontani dalla realtà.
​MeVsMyself si nutre anche di questi stereotipi per innescare il transfer emotivo-culturale, alla base del risveglio dell’attenzione soggettiva dell’ascoltatore, per poi spingersi oltre e permettermi di osare. Possiamo anche dire che determinate sonorità considerate etniche sono talmente primordiali e legate a forme espressive viscerali da risultare vicinissime ad un sentire profondo che lega ogni popolo del Mondo, a prescindere da cultura e provenienza. Anche questo è uno degli obiettivi del progetto.

 

Il tuo progetto si chiama MeVsMyself: il disco è una sfida stilistica verso te stesso?

 

Il progetto si chiama così perché la sfida, che mi sono posto da subito nel dare forma a qualcosa che raccogliesse e fornisse una direzione espressiva alla mia ricerca vocale, è stata quella di non presentare mai dal vivo in alcun modo materiale già definito, scritto o memorizzato nota per nota.
La sfida consiste nel basare tutto sull’improvvisazione sia in studio (dove, traccia dopo traccia, sono nati entrambi i dischi, successivo editing e arrangiamento a parte) che dal vivo, dove il rischio di annoiare o non proporre idee accattivanti è altissimo e si presenta ad ogni concerto.
Da ultimo la sfida è anche tecnica, ovvero quella di muoversi in territori timbrici e esecutivi non propriamente comodi per il cantante medio, cercando nuovi linguaggi. In definitiva, è un’enorme presa di posizione contro me stesso, e tutta la mia capacità di fallire ad ogni suono, ad ogni loop.

 

Quale significato ha per te sperimentare con la voce? Ti sei posto degli obiettivi tecnici prima di iniziare questo progetto?

 

Prima di iniziare questo progetto non mi sono posto alcun obiettivo tecnico se non quello di esplorare entro e oltre quello che so e imparo giorno dopo giorno, su di me e sulla Voce in genere. Penso che nella sperimentazione esista un territorio indefinito e fecondo di intuizioni preziose che permettono di imparare molto sulla Voce e capacità musicale innata in ognuno di noi.
Le emissioni che oggi conosciamo come codificate e a cui siamo abituati all’ascolto, sono quasi sempre nate come istintive e poi via via sempre più a fuoco, tentativo dopo tentativo, permettendo di identificare la Voce come strumento generatore di sfumature potenzialmente infinite.
E’ un peccato constatare che uno strumento così ricco sia così scarsamente esplorato a livello espressivo dai cantanti stessi: una contraddizione altamente significativa.

 

La prima parte di Ohrwurm assomiglia ad una nenia, con voci che si rincorrono e l’atmosfera un po’ cupa. Poi la ritmica cambia, si velocizza, assume un “carattere” quasi allegro: quanto il ritmo è legato a concetti o stati d’animo?

La ricerca di un ritmo (inteso come pulsazione) scandisce ogni momento della nostra esistenza, ogni fase sociale e umana del nostro vivere. La cosa interessante è che un ritmo musicalmente perfetto non esiste se non riprodotto artificialmente: quando questo si presenta lo accettiamo come convenzione musicale ma interiormente non lo troviamo completamente soddisfacente, in quanto innaturale. Anche pensare alla musica in tal senso riflette il nostro ideale tendere ad una perfezione che, di fatto, non appartiene al genere umano.
In “Mictlàn” Ohrwurm vuole inizialmente far perdere un po’ la percezione netta del ritmo per poi variare molto le atmosfere, anche drasticamente, a simboleggiare l’avvicinarsi della fine del viaggio nell’aldilà, appena prima della rinascita. Quest’ultima fase è accompagnata da sapori, memorie, voci e ricordi che si susseguono veloci prima di condurre alla fine di tutto, che di fatto è un nuovo inizio tutto da scoprire.

 

Cosa significa per te oggi ‘avanguardia’? La ricerca ha ancora il valore che poteva avere negli anni Settanta?
 

Trovo assurdo pensare di vivere oggi la ricerca allo stesso modo di chi l’ha vissuta negli anni Settanta o in qualsiasi altra decade. Semplicemente sono anni, con tutti i pro e contro del caso, che non potranno ripresentarsi identici, né culturalmente né musicalmente. La cosa interessante degli anni Settanta, pero’, è lo spirito, la curiosità e la naturale tendenza alla commistione di stimoli, un modo di confrontarsi molto umano fatto di tempo, intenzione e comunicazione che nell’era attuale non può essere identico per più di un motivo.
Conservare senza frivole nostalgie quello spirito significa combattere la crescente demenza digitale, insistere a dedicare il proprio tempo e ascolto attivo alla musica o in genere alle arti, informarsi e coltivare la curiosità di approfondire o scoprire quando non si conosce, confrontarsi molto, soprattutto con chi conserva un genuino desiderio comunicativo.

 

Dopo tutti gli eventi e i festival a cui hai partecipato, puoi dire che esiste ancora in Italia l’interesse per lo scoprire musica?

Scoprire la Musica è dura, soprattutto dagli anni Duemila in poi, perché significa aver voglia di prestare attenzione, rallentare il ritmo frenetico della superficialità di mille cose insieme, concentrare risorse mentali. Nel mio piccolo vedo però una realtà fatta di grandissima curiosità per tutto ciò che sa essere particolare, fortemente personale e originale, fuori dagli schemi ma con un messaggio interessante da offrire. Mentre alcune realtà discografiche vecchio stampo investono in prodotti che prevedono poca spesa per massima resa, anche dal punto di vista compositivo/sonoro (penso allo spopolare del vocoder, usato in modo grossolano e per nulla originale), un crescente numero di persone cerca l’emozione di avere l’artista a distanza ravvicinata: è paradossale.
​Alla fine questa “crisi”, oggi, spinge chi fa musica inedita a trovare una reale e solida motivazione, perchè andare avanti è difficile e ci riesci solo se hai qualcosa da dire e  voglia di metterti in discussione fino in fondo.

 

Ascoltando il tuo lavoro, Mictlàn, vengono alla mente riferimenti come Demetrio Stratos o Bobby Mc Ferrin…ma quali sono i tuoi punti di partenza, fonti d’ispirazione?

 

Gli artisti citati sono indubbiamente parte della mia formazione da fruitore di musica, ben prima che da esecutore. Devo dire, però,  che sono nomi che vengono citati sempre quando si entra in argomento “sperimentazione” e “improvvisazione” senza pensare a tanto altro che va anche in direzioni molto diverse, perché entrambi i termini indicano veramente mondi sonori vasti e, soprattutto dal ‘900, in velocissima evoluzione.
Posso dire che in MeVsMyself i punti di partenza sono le musiche tradizionali di ogni Paese del Mondo, anche quelle che ancora non conosco o non ho analizzato. La vera ispirazione è entrare nell’ottica di chi vive fin dalla nascita immerso in una cultura dove determinati suoni, che noi occidentali possiamo trovare talvolta ridicoli o inascoltabili, siano la base su cui sviluppare un’identità sonora con determinate caratteristiche intrinseche.
​Il punto di partenza è stato, tanti anni prima della nascita del progetto, cominciare ad avere la curiosità di scoprire e approcciare su di me queste modalità vocali, cercando di cogliere degli aspetti musicali unici o comuni, tra una tradizione e l’altra.

 

Hai mai pensato che una sperimentazione come la tua potrebbe risultare, all’ascoltatore, come puro esercizio di stile, sperimentazione vocale fine a se stessa?

 

Questo è un rischio concreto in un progetto come il mio e ci penso spesso. Per questo una delle caratteristiche che mi stupisce di più, in entrambi i dischi realizzati finora, è la co-presenza di un lato molto sperimentale e “difficile” all’ascolto, con una direzione sorprendentemente orecchiabile e melodica delle improvvisazioni estemporanee.
​La difficoltà è muoversi in equilibrio tra questi due elementi, con l’obiettivo di considerare sempre la tecnica fine all’espressione, nello specifico all’evocazione di ambienti sonori legati al vissuto di ognuno. Come una sorta di linguaggio in codice fatto di suoni in grado di facilitare l’ascoltatore a richiamare sapori, gusti, esperienze o sogni parte della propria esistenza.

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