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“La musica viene dai sogni” says Mike

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Cupa spesso e non a tratti, Macerata nelle occasioni più importanti, inaspettatamente, sfoggia un sole vivido che mi accompagna fino al Teatro Lauro Rossi, dove incontro uno dei più grandi jazzisti di fama mondiale: Mike Melillo. “Si sta parlando di tanto tempo fa” inizia così il racconto della sua vita, con lo sguardo ansioso di tornare indietro nelle scale dei ricordi. E’ una mattina di fine Febbraio e mi siedo accanto a lui nell’atrio del Teatro vuoto e silenzioso che accoglie tutta la gentilezza e disponibilità del musicista di Newark. L’incontro col jazz risale ai primi anni cinquanta quando si è lasciato attrarre da quel mondo, era incuriosito dal pianoforte del padre lì, in casa della sua famiglia. Ascoltava musica alla radio e si immergeva nei jazz club più in fervore di quel periodo: in questi posti coloro sotto i ventun’anni, con un dollaro, potevano ordinare una coca cola e ascoltare jazz dalle 21 fino a mezzanotte. New Jersey era viva e pullulava di ritmi. Mike mi spinge tra vie e sobborghi di posti che lo hanno visto crescere. La sua era una città piena di cinema e negozi di dischi, come il famoso Savoy, dal nome della famosa etichetta statunitense dedita a pubblicazioni jazz, gospel e R&B, ovvero la Savoy Records. Mike sorride e scuote la testa sospirando, muove davanti a sé le sue enormi mani ricordando i grandi teatri che ospitavano i jazz festivals. L’ambiente era bello e fertile. E lui, avvezzo alla scoperta e allo scambio abitava in un quartire interrazziale dove si veniva a contatto con gente di ogni tipo. “E il jazz viene da questo, dal quartiere” dice Mike girandosi e guardandomi diritto negli occhi. Adesso è un genere musicale  accademico e celebrale, depauperato della sua materia più complessa. Nasce come forma musicale composta da diversi influssi, provenienti da molteplici etnie che vivevano nel Nuovo Mondo, e si sviluppa, viene contaminato nel corso degli anni, fino ad oggi.

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"Questa musica è per me espressione degli ideali più alti, come quello della fratellanza, e con la fratellanza non ci sarebbe povertà"

“Per me nel jazz c’è la storia, la vita in comune”. Non per nulla John Coltrane nel 1970 disse “il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti, come quello della fratellanza, e con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra.” Parole del sassofonista riportate sul Black Nationalism And The Revolution In Music di Frank Kofsky. Da qui percepisco il suo slancio nel volermi raccontare la sua esperienza ‘anti-didattica’: ha avuto un insegnante per un solo anno perché non c’era nulla da fare, lui era già un fuoriclasse che si annoiava tremendamente ad esercitarsi al pianoforte con quella musica banale. Il maestro lo dipinse come “il peggior studente che abbia mai avuto”: come quei rari talenti che non rientrano in barbose conformità e sono già mille passi avanti. Mike va fiero di essere stato così indisciplinato, vibra e risuona ogni suo movimento mentre lo racconta. L’Art Side School, comunque, gli ha riservato un trattamento migliore. In questa scuola superiore facevano un concerto ogni anno, talvolta anche pezzi d’opera. Qui ha incontrato un insegnante splendido che capiva gli studenti, che scopriva e nutriva la loro parte più talentuosa: “non ce ne sono più così, non ce ne sono più” ripete e nel tono di voce non c’è traccia di alcuna critica, solo nostalgia ed affetto per qualcuno che gli ha insegnato molto. Prosegue raccontandomi che per entrare in questa scuola ci voleva un piccolo esame e lui pensava di non saper far nulla, sì esatto proprio nulla. Così su due piedi ha suonato il pianoforte per pochi istanti e l’hanno accettato. L’istinto dell’artista e le sue mille risorse innate. L’orecchio intelligente di Mike lo ha portato a suonare in una banda, ha fatto sì che apprendesse come si suona il trombone guardando gli altri farlo. Non ha mai pensato di diventare musicista professionista, no. Eppure, le propagazioni di onde giuste arrivano ad amalgamare talento e fatti fortunati che premiano, permettendo di essere quello che si è. In questo caso, un musicista. Dopo la scuola ha formato un trio e suonava spesso in vari jazz club, locali dove hanno suonato anche Chet Beker e Sonny Rollins. Con particolare affetto ed entusiasmo Mike mi parla del gestore del locale dove andava spesso: un uomo unico nel suo genere che risparmiava soldi per pagare i musicisti che si esibivano lì: andava in macchina a Newark da Brooklyn per prenderli e portarli a suonare. Il suo club era strapieno di gente che veniva ad ascoltarli. Era il 1963. Era tempo di aria elettrica e buoni fervori. Fatto sta che un bel giorno Sonny Rollins lo ha chiamato nel jazz club più famoso del mondo per ascoltare “un po’ del suo ritmo basso-batteria e suonare i suoi pezzi”. Mike aveva appuntamento una domenica sera a Philadelphia, è andato da solo in macchina e si è perso anche, emozionato ed incredulo. E così Mike Melillo da quel momento ha iniziato ad andare in giro per gli States con Sonny. Improvvisazioni e rincorse dietro al maestro, senza spartiti, l’unica voce da seguire era il songbook americano, la tradizione del jazz era tutta lì. Glissando tra gli albori di un’intesa musicale risplendono i giri armonici di ‘Round Midnight. Non esistono dischi, non ci sono registrazioni delle loro suonate e questo rattrista molto Mike che si rituffa di pancia nella nostalgia pensando al suo amico Sonny. Ancora adesso si chiamano e si raccontano un po’ della loro vita, e sì che il musicista di Harlem si sente solo da quando sua moglia è morta. Dal fumo nelle strade e nei locali di quel tempo è difficile riemergere senza un filo di malinconia. E’ la blue note che si fa carezza lungo tetti della città, prima Newark poi Macerata, gli scenari cambiano ma non la cornice armonica, ed io sono lì ad osservare quel mondo lontano esistito davvero. Quel mondo che immagino scrutando la passione di Mike come fosse una creatura mitologica e bellissima.

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“I soldi spesi per la cultura sono soldi bene spesi, se si dà molto alla cultura e all’arte si raccoglie poi molto di più”

Nel 1970 diventava pianista e direttore musicale del quartetto/quintetto di Phil Woods, con lui ha girato per un bel po’ di concerti e con lui ha inciso nove dischi di cui due si aggiudicano il Grammy Award. E talmente ha viaggiato per questo pianeta che è arrivato a Macerata tra il 1977 ed il 1978, come prima volta in Italia. In quel periodo c’erano grandi concerti jazz, lo Sferisterio era il cuore palpitante degli incontri di musica, e dunque suonava spesso con i suoi musicisti colleghi. Prima che nascesse il Festival Umbria Jazz il fervore era qui, fino a quando, pensa ad alta voce Mike, la città si è lasciata spaventare dai troppi giovani in giro con i sacchi a pelo che venivano in città da un po’ ovunque per seguire concerti. Nel periodo della contestazione, questo pullulare di giovani girovaghi non risulta poi così strambo, a posteriori. Quindi il jazz si è spostato altrove. Dopo essere ritornato negli States per nove anni, durante i quali ha suonato in vari jazz club con il suo trio e anche da solo, è tornato a Macerata per restarci definitivamente. Ha ritrovato il suo appartamento, ha ritrovato la sua tranquillità cittadina, i suoi amici di vecchia data, ha ritrovato casa. Dei suoi progetti futuri Mike parla con speranza, quella equilibrata speranza senza slanci ingenui: buona dose di saggezza e calma contemplativa muovono ogni suo gesto, ogni parola è pensata, attesa, giocata in un bouquet d’accento americano/maceratese. Continua a fare concerti con musicisti italiani e in quanto a produzioni sta per uscire un nuovo disco per le Edizioni Musicali Notami, con sede a Civitanova Marche. Mossa da un classico e genuino amore/odio per la mia città natale, cerco di capire da un musicista di fama internazionale con l’esperienza di chi ha girato il mondo con i più grandi jazzisti di questo pianeta, perché proprio Macerata, perché ha scelto di vivere proprio qui: vorrei sapere come si può trovare equilibrio in una città così piccola e non sentirsi in gabbia. E mentre me lo chiedo, ho già la risposta. Guardo Mike, un fiume in piena che non ha messo da parte i suoi desideri di suonare, anzi ha deciso di farli vivere in un posto che ha bisogno di nutrirsi di cose belle. Mike è lì, seduto nella poltrona del salone all’entrata del Teatro, avvolto nel suo cappotto e mi dice che è preoccupato perché il centro della città si sta spegnendo, si spopola, tutti vanno verso la periferie. E’ la corsa verso i centri commerciali che si rivela in pieno, tutto ruota attorno le grandi industrie, così come succede nella musica: ormai la si fa vivere di pubblicità e  promozioni. “Come ha detto Pasolini, l’Italia va verso la commercializzazione e noi diventiamo tutti uguali”. E il jazz? Come sta il jazz? I jazzisti ci sono ma la maggior parte non lavorano, ci sono sempre e solo gli stessi dieci musicisti che fanno le loro serate, i più famosi, i più popolari. I musicisti del maceratese non riescono a suonare perché non gli danno la possibilità di farlo. Si parla solo di soldi, dei soldi che non ci sono. E la cultura, aspettando e cercando i soldi, non cresce. Mike ci tiene a sottolineare questo aspetto: in provincia, più che nei grandi centri, si dovrebbe far suonare coloro che non chiedono cifre astronomiche, garantendo così una serie di concerti piuttosto che spendere tutto il budget a disposizione  per  nomi già noti. Mi parla poi del suo desiderio di realizzare un concerto con musicisti maceratesi e americani, del fatto che non si stampano più molti dischi, che non si stampano perché non ci sono soldi, “ le solite scuse” scuote la testa. La musica non circola come dovrebbe, su un “benedetto disco”. Introduco l’argomento ‘digital’ e lui scuote la testa perché il sito internet non può sostituire un disco,  “non è la stessa cosa” ribadisce con indignazione. Il disco è la creatura materializzatasi dalla passione, come dargli torto. Disilluso dai tempi ma non troppo, ci tiene a precisare che gli appassionati di musica ci sono ancora, il pubblico del jazz esiste, il problema riguarda l’organizzazione della cultura. E’ seduto accanto a me Mike e, per dirmi questa cosa si gira completamente, quasi di scatto, lottando col suo cappotto ingombrante in cui affonda e fa: “i soldi spesi per la cultura sono soldi bene spesi, se si dà molto alla cultura e all’arte si raccoglie poi molto di più”. Una frase come accordo migliore assestato con energia pestando sul tasto del piano. Ritorna a parlare delle Marche, dei tanti piccoli teatri inattivi lasciati in mano a persone che non hanno cura, peggio non conoscono né la storia né la cultura. Nella provincia c’è bisogno di inizativa e una realtà in grado di misurarsi con la cultura è L’Adam, associazione, spazio ricettivo in cui gli artisti del macertese riescono ad esprimersi, e nel quale Mike riesce meglio a fare quello che gli piace. Ciò che gli preme di più, però, è parlarmi del suo disco in composizione in questi mesi, come miraggio che si concretizza. Remembrance nuovo disco per solo piano: un album che muove parallelismi tra la sua musica e i  suoi sogni, perché quando suona segue le ombre dei passi onirici. “La verità sta nei sogni, aveva ragione Freud”. La realtà gli piace sì, ma non troppo. E, del resto, sorride, inclina le testa, adesso è il ritmo a suggerire le parole: “la musica viene dai sogni, Daydream, you know?”. Nessun conservatorio sforna melodie simili a quelle nascoste nei pensieri dormienti. E’ quello che c’è fuori dalle quattro mura degli istituti accademici che tesse i fili dell’ispirazione, ogni suono percepito in strada, in qualche prato diviene parte dei suoi pezzi, distillano accordi. In questo sincretismo intimista le melodie sono richiamate all’inconscio, dove desideri e pulsioni non si controllano e allora si rivelano verità. Perché la verità si spoglia di linearità e questo si chiama improvvisare. Solo col suo trio, in Italia, porta gli spartiti, sì perchè quì i musicisti non hanno la tradizione americana dell’improvvisazione jazz. E quando suoni con qualcun altro devi ricordarti che “il jazz è improvvisazione, ma è libertà con responsabilità. Si tratta di una conversazione quando si dispone di un quintetto. Si può improvvisare, ma devi essere responsabile e rispettoso verso gli altri partecipanti” ha detto Phil Woods. Gli chiedo del futuro della musica che ama e lui risponde “oh i don’t know” ma in realtà lo sa fin troppo bene e infatti dice la cosa più realistica, ovvero che il jazz non vuole il grande pubblico,  il jazz sarà sempre elite di minoranza, di inclusione, ma comunque sarà sempre qualcosa che devi cercare e ricercare nella piena della musica. Ha messo un po’ di carne al fuoco per ora, tra studi di registrazione e collaborazioni live e aspetta che nascano i frutti, nel frattempo  andrà in vacanza in America per un po’. “La mia vita è tutta qui” dice Mike alla fine della nostra lunga chiacchierata con la sua modestia affabile di un jazz man e allunga la mano per salutarmi. Io penso che trio, quartetto o piano solo, comunque sia è stata e sarà sempre una vita suonata in sogno.

"Il jazz è improvvisazione, ma è libertà con responsabilità"

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“La verità sta nei sogni, aveva ragione Freud”

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